Neanche il tempo di abituarsi al nuovo “arredo urbano” che i paletti installati sul marciapiede di via Rajola, a Castellammare di Stabia, sono già spariti. Rimossi. Fine dell’esperimento. Un dietrofront che arriva in meno di 24 ore e che, più che chiudere la vicenda, la fotografa in modo impietoso: l’idea era evidentemente sbagliata, o quantomeno valutata male, e forse neppure condivisa fino in fondo.
La “soluzione rivoluzionaria” che bloccava anche i pedoni
L’obiettivo, almeno sulla carta, era facile da intuire: contrastare i motorini che, per sfuggire al traffico, trasformano i marciapiedi in corsie alternative. Un abuso reale e pericoloso, che mette a rischio i pedoni e rende la città ostaggio dell’inciviltà.
Peccato che la risposta scelta fosse un paradosso: una fila di paletti a distanza ravvicinata che, di fatto, rendeva il marciapiede impraticabile per chi si muove in carrozzina e per chi spinge un passeggino. Per alcuni un fastidio, per altri un muro. Una barriera che anziché difendere i pedoni finiva per selezionare chi può camminare e chi no.
Rimozione lampo: un dietrofront che “certifica” l’errore
La rimozione immediata è un segnale chiarissimo. Se un intervento dura meno di un giorno, significa che l’impatto era insostenibile, che la misura non reggeva alla prova della realtà, o che qualcuno – magari dopo le segnalazioni – si è accorto dell’assurdità di bloccare un percorso pedonale.
E qui nasce la domanda inevitabile: com’è possibile che un intervento del genere sia arrivato fino all’installazione senza una verifica seria sull’accessibilità? È stata fatta una valutazione preventiva? Qualcuno ha provato a transitare su quel marciapiede con una carrozzina, un passeggino, un deambulatore?
Il punto più amaro: l’uso (inutile) dei soldi pubblici
C’è poi un’altra questione che non può essere liquidata con una scrollata di spalle: i costi. Perché questo dietrofront certifica anche un doppio intervento pagato dalla collettività: prima installazione, poi rimozione. Un andata e ritorno nel giro di poche ore, con impiego di manodopera, materiali, mezzi. Risultato? Nessun beneficio stabile, nessuna soluzione strutturale, solo un “esperimento” abortito e un conto che, in ogni caso, ricade sui cittadini.
In altre parole: non solo un’idea discutibile, ma anche uno spreco che lascia l’amaro in bocca.
Il problema resta: motorini sul marciapiede e città senza regole
Nel frattempo il nodo vero rimane lì, intatto: motorini “selvaggi” che usano i marciapiedi come scorciatoie, sicurezza pedonale fragile, controlli spesso percepiti come insufficienti. Ma se la risposta è costruire ostacoli che colpiscono prima di tutto chi rispetta le regole – pedoni, famiglie, persone con disabilità – allora non è una misura di sicurezza: è una caricatura della sicurezza.
La lezione di via Rajola
La vicenda, durata meno di 24 ore, racconta molto più di quanto sembri. Dice che l’inclusione non è uno slogan da comunicati, ma un criterio minimo di progettazione. Dice che gli interventi urbani vanno pensati, testati, verificati. E dice anche che ogni euro pubblico speso senza un piano sensato finisce per trasformarsi in un boomerang.
Via Rajola oggi torna com’era, ma con una certezza in più: se per fermare l’inciviltà si finisce per punire chi cammina, allora non si governa la città. La si rende soltanto più complicata. E più ridicola.


