C’è qualcosa di paradossale, e profondamente politico, nello spettacolo che Luigi Vicinanza e il Partito democratico stanno offrendo a Castellammare di Stabia. Una guerra senza esclusione di colpi tra gli stessi protagonisti che appena due anni fa si presentavano uniti agli elettori, promettendo discontinuità, legalità e una nuova stagione amministrativa. Oggi si accusano reciprocamente, si rinfacciano errori e responsabilità, evocano tradimenti e complotti. Come se quella coalizione fosse nata per caso. Come se nessuno l’avesse voluta, costruita e difesa. Come se il secondo scioglimento consecutivo del Comune per infiltrazioni camorristiche fosse soltanto un incidente di percorso nella loro guerra politica.
Il punto è proprio questo: quella coalizione non fu un incidente. Fu una scelta. E lo fu per tutti.
Il Pd scelse Vicinanza, Vicinanza accettò la coalizione
Il Pd scelse Luigi Vicinanza come candidato sindaco, preferendolo a Roberto Elefante, che pure rappresentava una parte significativa del partito cittadino. Una decisione assunta dai vertici democratici per superare le divisioni interne e puntare su un nome considerato capace di tenere insieme un’alleanza molto ampia. Sandro Ruotolo ne fu uno dei principali sostenitori, fino a candidarsi come capolista del Pd. Vicinanza accettò l’investitura, il progetto politico e soprattutto la coalizione che avrebbe dovuto garantirgli la vittoria.
E non poteva non sapere con chi stava stringendo quell’alleanza. Non perché fosse necessariamente a conoscenza delle circostanze successivamente emerse nell’istruttoria antimafia, ma perché le provenienze politiche, le appartenenze, i rapporti personali e le contraddizioni tra le diverse componenti erano già al centro di un confronto pubblico. Non serviva una commissione d’accesso per sapere chi fossero gli interlocutori politici con i quali si stavano chiudendo gli accordi elettorali.
I veti sulle liste e la scelta di Vicinanza di tenere tutti insieme
D’altra parte, le tensioni esplosero ancora prima del voto. Ci furono veti e richieste di esclusione, fino alla clamorosa rottura annunciata da Antonio Pannullo, che contestò l’atteggiamento di una parte del Pd sulle candidature. Vicinanza intervenne personalmente per ricucire lo strappo, rivendicando una coalizione senza preclusioni e dichiarando pubblicamente che nessuno poteva imporre veti.
Ecco il punto politico che oggi sembra essere stato rimosso dalla memoria collettiva dei protagonisti. Quando si trattò di tenere insieme la coalizione per vincere, Vicinanza scelse di non mettere veti. Oggi non può raccontare quella stessa coalizione come una responsabilità esclusivamente altrui.
La lista di Pannullo entrò nella competizione ed elesse tre consiglieri: Lea Iovino, Teresa D’Angelo e Nello Cuomo. Un pezzo importante della maggioranza. Nessuna di queste circostanze costituisce, di per sé, un’accusa nei confronti degli eletti. Ma dimostra che la composizione della coalizione fu il risultato di decisioni politiche precise, discusse apertamente e infine rivendicate.
Non si può invocare la pluralità come valore assoluto quando serve a conquistare voti e poi dimenticare le scelte compiute quando arriva il momento di risponderne politicamente.
Le responsabilità del Partito democratico nella coalizione
E lo stesso discorso vale per il Partito democratico. Anzi, per il Pd la contraddizione è altrettanto evidente. Il partito che oggi prende le distanze dall’esperienza Vicinanza è quello che aveva scelto il candidato, sostenuto il campo largo, accettato la convivenza con le liste civiche e celebrato il successo elettorale. Se le criticità politiche erano già riconoscibili, perché non furono affrontate fino in fondo prima di presentarsi agli elettori? E se Ruotolo, come dimostrano le successive prese di posizione, riteneva necessaria una netta discontinuità, perché il progetto politico che aveva contribuito a sostenere non riuscì a garantirla?
Sono domande che non possono essere liquidate con una richiesta di scuse alla città, per quanto doverosa. Chiedere scusa è un gesto politico. Spiegare le proprie scelte è un’assunzione di responsabilità.
Vicinanza contro Scotto e Ruotolo: la guerra degli scaricabarile
E invece oggi sembra prevalere una gigantesca operazione di scaricabarile.
Vicinanza denuncia un «delitto politico», accusa una parte del Pd di averlo colpito e arriva a evocare un mandante. Scotto replica che lo scioglimento è arrivato sulla base di fatti concreti e che non si può ignorarli. Ruotolo rivendica gli allarmi lanciati e la rottura consumata con l’amministrazione. Ognuno difende la propria posizione, ma il risultato è una disputa nella quale la questione principale rischia di scomparire.
Perché Castellammare non è stata sciolta per un litigio nel Partito democratico. È stata sciolta per infiltrazioni camorristiche, sulla base di valutazioni del Viminale che riguardano la permeabilità dell’ente ai condizionamenti della criminalità organizzata, i rapporti emersi nell’istruttoria e le criticità dell’azione amministrativa. Valutazioni che Vicinanza contesta e che saranno sottoposte al vaglio della giustizia amministrativa. Ma che, indipendentemente dall’esito del ricorso, pongono un problema politico enorme.
Dopo uno scioglimento per camorra, una lunga gestione commissariale e una campagna elettorale costruita attorno alla promessa di cambiamento, Castellammare si è ritrovata nuovamente senza un’amministrazione eletta.
Questo dovrebbe essere il centro del confronto. Non chi abbia tradito chi. Non chi abbia telefonato o smesso di telefonare. Non chi possa rivendicare di aver avuto ragione per primo. Ma perché la politica, chiamata a ricostruire la credibilità delle istituzioni, non sia riuscita a scongiurare un altro commissariamento.
Il ricorso al Tar non cancella le responsabilità politiche
Il ricorso al Tar è un diritto di Vicinanza. La difesa della propria onorabilità è legittima. Ed è legittimo discutere di una normativa sugli scioglimenti che diversi esponenti istituzionali, anche del Pd, ritengono necessario riformare. Ma sarebbe un errore trasformare tutto questo in una scorciatoia per evitare il bilancio politico di quell’esperienza.
Una legge può essere imperfetta. Un provvedimento può essere contestato. Ma questo non risolve il problema delle scelte compiute da chi ha chiesto e ottenuto la fiducia degli elettori.
Allo stesso modo, il Pd non può limitarsi a invocare la discontinuità oggi, dopo aver sostenuto ieri un progetto che aveva già mostrato contraddizioni evidenti nella sua costruzione. Né può considerare chiusa la questione con la presa di distanza dall’ex sindaco. Perché Vicinanza non era il candidato di un altro partito. Era il candidato scelto dal Pd.
Una coalizione nata tra contraddizioni e compromessi
E proprio nella formazione della coalizione c’erano già i segnali delle difficoltà che sarebbero esplose successivamente. Non la prova di un destino inevitabile, ma le premesse politiche di una contraddizione mai davvero risolta: promettere una rottura con il passato cercando contemporaneamente di aggregare il maggior numero possibile di consensi, anche attraverso interlocutori e componenti che alimentavano riserve all’interno dello stesso centrosinistra.
Si volle tenere tutto insieme. Si volle vincere. E si vinse.
Oggi, però, quella maggioranza sembra non appartenere più a nessuno.
Vicinanza rivendica il proprio operato e chiama in causa il Pd. Il Pd scarica sul sindaco le responsabilità della sua amministrazione e cerca di ripartire. Gli ex alleati si dividono tra chi denuncia di essere stato abbandonato e chi sostiene di aver lanciato per tempo l’allarme.
Ma i cittadini non hanno bisogno di assistere all’ennesimo regolamento di conti. Hanno bisogno di sapere quali errori siano stati commessi, perché determinate scelte politiche siano state fatte, quali criticità siano state sottovalutate e che cosa si intenda cambiare concretamente per evitare di ritrovarsi, ancora una volta, nella stessa situazione.
Castellammare paga il prezzo, Pd e Vicinanza litigano sulle responsabilità
Il rischio è che la guerra tra Vicinanza e il Pd diventi il modo più comodo per non parlare delle responsabilità di entrambi. Una polemica continua che occupa il dibattito pubblico e lascia in secondo piano i problemi amministrativi, la credibilità delle istituzioni e il rapporto tra politica e poteri che condizionano la vita della città.
Perché la vittoria del 2024 fu di tutti quelli che costruirono quella coalizione. Il fallimento politico non può essere sempre e soltanto degli altri.
E se oggi quella storia appare, almeno politicamente, già scritta nelle sue contraddizioni iniziali, il problema non è soltanto che nessuno abbia voluto leggere i segnali. È che, quando quei segnali erano davanti agli occhi di tutti, prevalse la scelta di andare avanti comunque. Adesso gli ex alleati litigano sulle macerie di quell’esperienza. Castellammare, invece, continua a pagarne il prezzo.

